Canti 27 - 34

Canto XXVII Inferno

Sempre nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio un'anima avvolta nella fiamma chiede a Virgilio notizie sulla Romagna.Dante,invitato da Virgilio,risponde delineando un quadro delle condizioni politiche di quella regione sempre pronta alla guerra.L'anima nella fiamma si fa riconoscere:è Guido da Montefeltro,prima guerriero e poi frate francescano per riparare al male fatto.Ma il pontefice Bonifacio ottavo "mi fece ricadere nel male,perchè mi chiese come fare per impadronirsi di Palestrina,roccaforte della famiglia Colonna.Egli mia vrebbe poi assolto dal peccato di frode.Quando morii San Francesco venne per portarmi in paradiso,ma il diavolo mi fermò.Quando fui davanti a Minosse questi avvolse sette volte la coda attorno al mio corpo e finii nell'ottavo cerchio".

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Il guerriero Guido da Montefeltro si fa frate per riparare il male fatto.

 

 

 

 

 

 

 

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L'anima di Guido da Montefeltro alla morte viene contesa fra San Francesco e un diavolo che la spunta.

 

 

 

 

 

 

 

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Canto XXVIII Inferno

Virgilio e Dante,stando sull'orlo della nona bolgia,vedono passare i seminatori di discordie e gli scismatici mutilati dalla spada di un demonio.Tra questi è Maometto che predice il rogo per l'eretico fra Dolcino.Ci sono poi Pier da Medicina e Curione che mise discordia fra Cesare e Pompeo causando la guerra civile.

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I dannati vengono mutilati

 

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In questo canto Dante incontra anche Maometto

 

 

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Canto XIX Inferno

Ripreso il cammino, i due pellegrini giungono sopra la decima e ultima bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale si trovano i falsatori, divisi in quattro categorie: falsatori di metalli con alchimia, falsatori di persone, falsatori di monete, falsatori di parole. Con il corpo deformato da orribili morbi giacciono a mucchi o si trascinano carponi gli alchimisti. Due di questi dannati attirano l’attenzione di Dante: stanno seduti, appoggiandosi l’uno alla schiena dell’altro, e cercano, con furiosa impazienza, di liberarsi delle croste che li ricoprono interamente. Furono arsi sul rogo dai Senesi, il primo, Griffolino d’Arezzo, per non avere mantenuto fede alla promessa di far alzare in volo, novello Dedalo, uno sciocco; il secondo, Capocchio, per aver falsificato i metalli, da quell’eccellente imitatore della natura che fu in vita.

 

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I dannati cercano di liberarsi dalle croste

 

 

 

 

 

 

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Canto XXX Inferno

Appena Capocchio ha finito di parlare, Gianni Schicchi, un peccatore che si trova nella decima bolgia per essersi sostituito, fingendosi infermo e moribondo, a Buoso Donati già morto ed aver dettato il testamento di quest’ultimo in proprio favore, lo addenta furiosamente. Insieme a Gianni Schicchi percorre la bolgia correndo, Mirra, colpevole di aver alterato le proprie sembianze. Dopo che le due ombre rabbiose si sono dileguate, Dante scorge un dannato il cui corpo, deformato dall’idropisia, ha la forma di un liuto. E’ maestro Adamo, che coniò, per incarico dei conti Guidi di Romena, fiorini di Firenze aventi tre carati di metallo vile. Questo suo reato gli valse la condanna al rogo e la dannazione eterna. Pregato da Dante, fa il nome di due suoi compagni di pena che una febbre altissima tormenta. Sono la moglie dell’egiziano Putifar, che accusò ingiustamente Giuseppe di averla insidiata, e il greco Sinone, reo di aver persuaso Priamo a fare entrare in Troia il cavallo di legno escogitato da Ulisse.

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Il falsificatore Gianni Schicchi

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Il falsificatore di fiorini Maestro Adamo

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Sinone e il cavallo di legno in Troia

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Canto XXXI Inferno

Mentre i due pellegrini, voltate le spalle all’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, si avviano in silenzio verso l’orlo del pozzo in cui sono puniti i fraudolenti contro chi si fida, alto, terribile, lacera l’aria il suono di un corno. Dante volge lo sguardo nella direzione dalla quale il suono è provenuto; crede di vedere molte torri, per cui domanda al maestro verso quale città si stiano dirigendo. Virgilio risponde che quelle che a Dante sembrano, da lontano, le torri di una cerchia di mura sono in realtà le forme immani dei corpi dei giganti; questi sovrastano con la parte superiore del corpo l’orlo del pozzo dei traditori. I due poeti s’imbattono dapprima in Nembrot, l’ideatore della torre di Babele, per la cui colpa gli uomini non parlano più la medesima lingua. Alla distanza di un tiro di balestra da Nembrot si trova, saldamente avvinto da una catena, un altro gigante: è Fialte, distintosi nella lotta dei titani contro gli dei; ora non può più muovere le braccia che si avventarono contro i signori dell’Olimpo. Allorché i due giungono presso Anteo, Virgilio si rivolge cortesemente a questo gigante, adulandolo e ne elogia la forza. Il poeta latino prega quindi Anteo di deporre lui e il suo discepolo sulla superficie ghiacciata di Cocito.

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Nel nono cerchio c'è il pozzo di Cocito intorno al quale,simili a torri,stanno i giganti.Il primo è Nembrot.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il gigante Fialte che tentò la scalata al cielo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il gigante Anteo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Canto XXXII Inferno

Nella prima zona del nono cerchio (la Caina), confitti nel ghiaccio fino al collo si trovano i traditori dei congiunti. Due di essi  sono i fratelli Napoleone ed Alessandro degli Alberti che l’odio di parte e motivi d’interesse inimicarono a tal punto da portarli ad uccidersi l’un l’altro.

Nella seconda zona, detta Antenora, nella quale sono puniti i traditori della patria, Dante colpisce col piede una delle teste che emergono dalla superficie ghiacciata. Il dannato chiede con asprezza il motivo di tanta crudeltà: « Se non lo fai a ragion veduta, al fine di accrescere la punizione inflittami a causa di Montaperti, perché infierisci contro di me? » A tali parole Dante domanda al peccatore di rivelargli il suo nome e gli promette, in cambio, fama tra i vivi. Ma è desiderio del traditore proprio quello di non essere ricordato, per cui intima duramente al Poeta di non importunarlo.  E’ un suo compagno di pena che appaga il desiderio del pellegrino: il traditore è Bocca degli Abati, colui che a Montaperti recise con un colpo di spada la mano del portainsegna della cavalleria fiorentina.

Allontanatisi da Bocca, i poeti scorgono due dannati confitti in una medesima buca, in modo che la testa di uno sovrasta, come cappello, quella dell’altro. A colui che rode, come per fame, il cranio del suo compagno di pena, Dante rivolge la preghiera di manifestare la causa di un accanimento così disumano, promettendo che, tornato nel mondo dei vivi, rivelerà il misfatto resosi a tal punto meritevole di odio.

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I  traditori sono puniti in una superficie di ghiaccio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I due fratelli vicendevolmente fratricidi

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I due dannati l'uno con la bocca sulla nuca dell'altro

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Canto XXXIII Inferno

Confitti nel ghiaccio dell’Antenora Dante incontra due dannati e interpella colui che rode rabbiosamente la nuca del suo compagno di pena (fine del canto XXXII). E’ Ugolino della Gherardesca che, già potentissimo a Pisa, fu fatto prigioniero dal Ghibellini e fu lasciato morire di fame insieme a due figli e a due nipoti. L’altro è l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, alla cui frode e alla cui crudeltà egli dovette la cattura e la fine orribile. Traditori ambedue (il conte Ugolino era accusato di avere consegnato a Lucca ed a Firenze alcuni castelli pisani), scontano la colpa nello stesso luogo, ma le loro pene non sono certo pari: Ruggieri oltre al tormento del gelo eterno ha quello che gli infligge la rabbia del suo nemico; per Ugolino al dramma della dannazione si aggiunge l’ira e la sete inesausta di vendetta contro il suo nemico.

Solo la cattura, la prigionia, la morte inflitta in forma orrenda a lui e ai quattro giovani innocenti occupano l’animo di Ugolino; le vicende culminate in quella tragedia sono troppo note perché sia necessario ricordarle. Lo sdegno che la narrazione di Ugolino accende nel Poeta lo fa prorompere in una fiera invettiva contro Pisa. Nella terza zona di Cocito, la Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti, Dante e Virgilio trovano il faentino Alberigo dei Manfredi, che invitò a banchetto alcuni consanguinei per ucciderli.

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Il conte Ugolino morde Ruggieri arc.di Pisa

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Il conte Ugolino nella torre con i figli e i nipoti

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Frate Alberico tradì i suoi parenti

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Canto XXXIV Inferno

Siamo nella quarta zona del nono cerchio.E' la Giudecca,ove sono i traditori dei propri benefattori.Dante scorge Lucifero che ha nelle sue tre bocche rispettivamente Giuda,Bruto e Cassio..I due poeti salgono lungo i fianchi di Lucifero,oltrepassano il centro della terra e della gravità e per uno stretto passaggio giungono all'emisfero antartico e rivedono le stelle.

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Giuda,Bruto e Cassio sono nelle bocche di Lucifero

 

 

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La caduta di Lucifero diede origine alla voragine infernale

 

 

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Dante e Virgilio ritornano sulla superficie della terra

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"E quindi uscimmo a riveder le stelle".Così si conclude la cantica dell'Inferno

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