Capitolo XXX
La peste la prende anche don Rodrigo: se la scopre addosso una sera tornando
da un festino dove aveva celebrato ironicamente il morto conte Attilio.
Chiede aiuto al Griso perché chiami un medico: il Griso chiama invece i
monatti.
Che lo portano al lazza retto. Ma prima del padrone muore fulminato dalla
peste anche il Griso. Di peste s'ammala anche Renzo, ma la forte,
contadinesca fibra lo salva: superata la convalescenza decide di far ritorno
al suo paese in cerca di Lucia. Nessuno in tanta confusione si curerà di
lui e dei suoi conti con la Giustizia. Salutato il cugino Bortolo,
riattraversa l'Adda e si affaccia al suo paese.
Dovunque imperano i segni della morte, dell'abbandono, della sofferenza.
Incontra Tonio in camicia che dice cose senza senso: la malattia lo aveva
reso idiota e fatto somigliare stranamente al fratello folle. Da una
cantonata vede avanzare una cosa nera; è don Abbondio che ha perduto
Perpetua: è mal messo ma si preoccupa della presenza di Renzo. per lui
sorgente di guai. Di Agnese sa che si rifugiata a Pasturo, di Lucia dice che
è a Milano in casa di don Ferrante.
Altro non sa; una sola cosa vorrebbe: che Renzo torni al più presto dond'è
venuto. Renzo passa anche accanto alla sua vigna: ormai ridotta a una
marmaglia di piante, di vilupponi arrampicati, di rovi, di un guazzabuglio
di steli. Pare anch'essa investita e disgregata dalla peste. A sera trova
rifugio in casa di un amico. L'indomani decide di recarsi a Milano in cerca
di Lucia.
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Capitolo XXXI
Il passaggio delle milizie straniere ha lasciato la peste che comincia a
imperversare a Milano e nel contado. In città la confusione è grande.
Il cardinale ordina una processione espiatoria che non fa che accrescere il
contagio. Dovunque si parla di untori, cioè di agenti del nemico incaricati
di spargere la peste ungendo le porte e i muri delle case. Si istituiscono
anche infami processi contro innocenti, accusati dall'isterismo popolare.
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Capitolo XXXII
- XXXIV
Renzo riesce a entrare in Milano; scorge dovunque i segni terribili del
morbo e della desolazione. Assiste all'episodio patetico della madre di
Cecilia, la bambina morta di peste. Trovata finalmente la casa di don
Ferrante, apprende che Lucia è al lazzaretto, l'ospedale degli appestati.
Scambiato per un untore, riesce a stento a sottrarsi a un gruppetto di gente
imbestialita, saltando su di un carro di monatti.
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Capitolo XXXV
Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si dice pronto a fare
vendetta su don Rodrigo, che è all'origine di tutte le disavventure sue e
di Lucia. E a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di
vendetta contrappone la legge cristiana del perdono e della carità. Lui,
che ha fatto l'esperienza dell'assassinio di un uomo, sa quanto arida sia la
strada della vendetta e quanto allontani da Dio e quindi dall'umanità la
ricerca di una giustizia che impone morte per morte.
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Capitolo XXXVI
Dopo affannosa ricerca, incontra finalmente Lucia.
L'amarezza per la riconferma del voto fatto alla Madonna, è risolta
dall'intervento di padre Cristoforo, che scioglie Lucia dal voto.
Lucia resta con una ricca signora che ha perduto i suoi e l'ha presa a ben
volere, mentre Renzo torna ad avvertire Agnese del prossimo ritorno della
figliola.
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Capitolo XXXVII
Uscito dal lazzaretto Renzo è sorpreso da un temporale, quello che porterà
via la peste. Vede Agnese, ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una
casa, è di nuovo al paesello ad attendervi Lucia che, trascorsa la
quarantena, si accinge a ritornare.
Prima della partenza, apprende la morte di padre Cristoforo, il processo
contro la monaca di Monza, e la morte anche di donna Prassede e don
Ferrante.
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Capitolo XXXVIII
Lucia ritorna al paese. Don Abbondio si decide finalmente a sposare i due
giovani, ma soltanto quando viene a sapere che il palazzo di don Rodrigo è
ora occupato dall'erede di lui, un marchese, "bravissim'uomo" che
ha saputo della storia di Lucia e di Renzo, e è disposto ad acquistare ad
alto prezzo le loro casette e a liberare Renzo dall'imbroglio di Milano.
I due sposi, con Agnese, si trasferiscono a Bergamo, dove la famiglia e gli
affari prosperano. Il romanzo termina con la celebre morale messa in bocca a
Lucia: "...lo non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono
venuti a cercar me... i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato
cagione; ma la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli
lontani...".
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